SKILL MISMATCH: uno squilibrio che frena lo sviluppo del Paese
In Italia, e non solo, si sta vivendo una situazione paradossale nel mercato del lavoro. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile e femminile, rimane alta. Un fatto, questo, che stride con la continua ed infruttuosa ricerca di personale in alcuni ambiti lavorativi.
Diversi, infatti, sono i settori, dal comparto artigianale a quello ricettivo, a quello industriale che soffrono la mancanza di personale, soprattutto qualificato.
Solo nell’ambito energetico, ad esempio, secondo l’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili da qui al 2030 si apriranno circa 38 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo e nel mercato dell’energia 139 milioni.
Le offerte di lavoro evidenziano una impennata nella richiesta di professionisti qualificati che però mancano all’appello. Colpa dello skill mismatch.
Cosa è lo skill mismatch?
È un disallineamento strutturale tra la domanda e l’offerta di lavoro. Una divergenza dovuta a scelte di tipo qualitativo. Le persone che cercano lavoro sono diventate più selettive. Una occupazione non si sceglie solo in base allo stipendio, ma se corrisponde agli studi compiuti, ai propri interessi o se permette una conciliazione con la vita privata. Le imprese, invece, spesso non assumono perché non riescono a trovare personale con formazione e competenze da loro richieste.
Questo skill mismatch può frenare lo sviluppo del Paese.
Troppi studi o studi sbagliati?
Secondo Michele Tiraboschi, professore di Diritto del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia, le università offrono percorsi di studi che non corrispondono ai fabbisogni del mercato del lavoro: in breve ci sarebbero troppe persone laureate in materie umanistiche che non soddisfano le esigenze lavorative reali.
Colpa solo delle Università?
No, i motivi per cui si fanno scelte di studio e professionali di un tipo piuttosto che di un altro dipendono da fattori sociali e culturali.
La domanda da farsi è: gli Italiani e soprattutto le nuove generazioni sono davvero interessate ad un rilancio economico di questo Paese?
Viviamo un momento di grandi incertezze, economiche, politiche e climatiche al livello internazionale, globale addirittura. Tuttavia, alcune di queste problematiche non rappresentano solo una emergenza da risolvere, ma anche una opportunità di riscatto.
L’emergenza climatica, ad esempio, e il necessario da fare per attuare la fondamentale transizione energetica sono un volano per la ripartenza economica ed industriale dell’Italia ed un dovere da compiere per i ragazzi di oggi e le generazioni future. Ma i giovani di oggi hanno fame?
Una Italia vecchia ed agiata
Senza demonizzare alcuna categoria sociale e demografica e prendendo spunto da un bell’articolo di Enrico Marro su Il Sole 24 ore, è necessario fare un confronto tra l’Italia di oggi e quella di un periodo storico in cui furono necessari una spinta, uno sforzo comune per un rilancio, l’Italia del dopoguerra. Era una Italia giovane, povera, in miseria, la cui fame era direttamente proporzionale alla voglia di fare e di riscatto.
I giovani di allora avevano visto l’orrore e per questo avevano voglia di vivere e di farcela. Oggi, invece, nonostante le difficoltà in cui ci troviamo, si parte da situazioni più facili, comode e staccarsi dalla famiglia di origine non è garanzia di un futuro migliore. Per dirla tutta, vivere in condizioni di discreta agiatezza non fa venir voglia di rimboccarsi le maniche.
Ma non è colpa solo delle nuove generazioni o delle università con i percorsi formativi poco allineati con il mercato del lavoro. Anche le società e le aziende devono collaborare nella formazione, devono investire nella ricerca e nelle tecnologie, senza dimenticare l’aspetto sociale della vita dei dipendenti. Lo Stato, da parte sua, deve mettere i soggetti attivi in condizioni di poterlo fare.
“Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”
Questa la celebre frase che JFK ha pronunciato nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca.
Tutte le categorie sociali, economiche e demografiche sono protagoniste attive di ciò che funziona, ma anche di quello che non va. Tutte hanno meriti e responsabilità e ciascuna di esse non può esimersi dal porsi una domanda: la soddisfazione delle proprie aspettative è un diritto che devo avere a prescindere dal mio operato o il risultato di una cooperazione comunitaria di cui sono protagonista?