Energia rinnovabile: tra tutele e vincoli

Secondo una stima per il 2023 in Italia sono stati installati (e cioè connessi alla rete di Terna per produrre energia elettrica) 6 Gigawatt da rinnovabili su 10 che il governo si era prefissato. Il dato ha una chiave di lettura ancora più negativa perché circa la metà di questi Gigawatt installati è costituita da piccoli impianti che i privati hanno realizzato. Un dato questo che potrebbe essere il risultato positivo dei bonus per l’edilizia e che potrebbe non ripetersi in futuro. Da ciò si deduce che i grandi impianti realizzati sono stati pochissimi.

Fermi ai box

La ricerca dei terreni su cui realizzare questi impianti sembra rievocare la corsa all’oro del XIX secolo, i progetti ci sono, ma molti sono fermi ai box. Un dato: il 47% dei progetti di impianti solari che hanno chiesto l’autorizzazione del 2019 sono ancora in attesa di valutazione.

Di chi è la colpa?

In Italia ci sono due grandi capri espiatori a giustificazione delle lentezze nella realizzazione di grandi opere pubbliche di importanza strategica per lo sviluppo del Paese: ambientalisti e soprintendenze, che per realizzare la più piccola opera pretendono la presentazione di studi e relazioni e poi magari negano anche l’autorizzazione a procedere. Tutto ciò avviene nel giro di mesi, nei casi più fortunati, se non di anni.

Ma la colpa è davvero solo dei capricci di qualche sovrintendente o comitato ambientalista? No. Complici sono i dedali di norme, rese più complesse da quelle che dovevano semplificarle. La mancanza di personale negli uffici predisposti (così come in tanti settori della Pubblica Amministrazione) e soprattutto la mancanza di personale qualificato che banalmente sappia rispondere quando si chiama per sapere anche solo l’iter burocratico per la realizzazione di qualche opera. Mettere mano alla formazione dei dipendenti pubblici e alla riorganizzazione delle norme esistenti è complesso. Più facile e sbrigativo dire che in Italia abbiamo troppi Beni Culturali e bellezze paesaggistiche. È vero, in Italia c’è tanto da tutelare, ma questo non deve essere un problema, ma una opportunità.

Cosa va tutelato

È una domanda che spesso si pongono i professionisti del settore che vedono opere rallentate o bloccate per via di una canaletta o un albero o un muretto di qualche secolo addietro. Ma è una domanda figlia di una cultura specialistica, settoriale che non sa vedere la realtà delle cose nella sua complessità, perché altrimenti non è in grado di affrontarla.

L’articolo 9 della Costituzione al secondo e terzo comma dice:

La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Per tutela del Paesaggio non si intende una tutela estetica dei luoghi di particolare pregio, ma una tutela di carattere globale che considera i luoghi come il risultato di ciò che si è formato in natura e qualificato dalla storia e dall’intervento dell’uomo. Lo stesso approccio si deve avere per la tutela delle zone di interesse archeologico: vanno considerate tali non solo quelle su cui insistono resti archeologici, ma anche quelle che, pur non avendo ruderi emergenti, sono di interesse scientifico dal punto di vista della ricerca archeologica. Non a caso si chiama Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, perché si intende la conservazione di aree i cui interessi storici, culturali e ambientali si intrecciano.

Si sta fermi? Non c’è sviluppo per mantenere lo status quo? La domanda da porsi è un’altra.

Cosa ha la priorità?

I nostri padri costituenti avevano una visione chiara al riguardo: la tutela del paesaggio costituisce valore primario e principio fondamentale che non può ritenersi condizionato o subordinato a nessun altro valore. L’interesse paesaggistico è in una posizione di assoluta preminenza rispetto ad altri interessi pubblici, anzi è esso stesso a condizionare le scelte urbanistiche, di sviluppo industriale e di assetto del territorio. Ci si potrebbe chiedere: il volere dei padri costituenti è ancora valido quando si parla della necessaria e salvifica transizione ecologica, senza la quale potremmo trovarci sull’orlo del baratro dell’estinzione (per parafrasare l’ideologia green)?

La risposta potrebbe essere data con un’altra domanda: si deve per forza scegliere?

È stato messo il carro davanti ai buoi

Come spesso accade in Italia si procede sulla spinta dell’emergenza, non si programma, si procede in ordine sparso. La ricerca dei terreni su cui installare impianti di energia rinnovabile ricorda non solo la corsa all’oro, ma anche la figura del palazzinaro che nel dopoguerra si è buttato nel business della ricostruzione senza avere un minimo di competenza: i risultati disastrosi sono ancora davanti agli occhi quando ci troviamo in alcune cittadine italiane.

Lo stesso sta accadendo adesso: tutti si buttano nell’affare della transizione ecologica, lo Stato lascia fare, ma si procede alla rinfusa, senza programmazione e questo crea ritardi, perché non c’è stato il tempo e la lungimiranza per studiare uno sviluppo armonico con l’ambiente.

La soluzione sta nel concerto

Sono necessari un progetto concepito in comune, una pianificazione del territorio, fatta da sovrintendenti, ambientalisti, geologi, ingegneri, architetti, archeologi. Serve un concerto di professionalità. È un lavoro che sembra rallentare il progresso, ma che permetterebbe di andare spediti dopo.

Se la transizione ecologica significa solo profitto, ora e subito, allora dovremo scegliere: un futuro green o la salvaguardia del territorio nella sua totalità, che è il risultato del complesso intreccio tra natura e civiltà?

Scegliere tra la sopravvivenza e la comprensione di noi, di ciò che siamo stati e saremo, è la sconfitta. La soluzione sta nel sapersi fermare, riflettere e programmare per una salvaguardia del pianeta in tutte le sue sfaccettature.