Cabine elettriche: non c’è un altro modo?
Sia che si passeggi come turista sia che si vada in giro per la città per i più disparati motivi, le cabine elettriche sembrano scomparire davanti allo sguardo dei più. Almeno che…
Almeno che non si lavori nell’ambito delle infrastrutture energetiche, a quel punto si comincerà a notare come il paesaggio sia costellato da queste costruzioni. Da quel momento, parafrasando una celebre pubblicità, verrà da chiedersi: “c’è un altro modo?”
C’è un altro modo per costruire cabine elettriche curando non solo la parte tecnica ma anche l’estetica?
Si può rispondere coniugando lo stesso verbo in due tempi: c’è/non c’è stato; c’è/non c’è.
Oggi c’è molta cura nella scelta dei materiali da costruzione quando queste infrastrutture vengono inserite in un paesaggio montano: legno, pietre a vista. Molte accortezze come per chiedere scusa alla natura per questa intrusione.
Tuttavia non può essere detto lo stesso riguardo alla loro costruzione in altri contesti come quello urbano: parallelepipedi di cemento dove l’unica nota di colore è data dalla porta di accesso alla cabina, giallo o arancione. In sostanza si prosegue sullo “stile” tracciato tra gli anni Sessanta e Ottanta quando si faceva più attenzione alla funzione della struttura che al suo aspetto.
Per fortuna non è stato sempre così. Abbiamo ancora degli esempi virtuosi, alcuni ancora in funzione, dove lo sforzo adoperato per armonizzare il loro inserimento nel contesto paesaggistico ha fatto sì che, se non si è del settore, la loro funzione di infrastruttura energetica non è immediatamente riconoscibile.
Ne sono un esempio le cabine “San Pietro” e “Giosuè Carducci” site a sud ovest delle mura di Lucca.
Le due torrette in mattoni che campeggiano lungo il percorso pedonale esterno alle mura sembrano essere un’appendice delle stesse ed ad esse contemporanee. Risalgono, invece, agli Trenta del secolo scorso e di recente ristrutturate da E-distribuzione nell’ambito del progetto e-grid con cui la stessa società sta dotando gli impianti elettrici di elementi di innovazione tecnologica per automatizzare sempre di più il funzionamento del sistema elettrico.
Cosa dire delle bellissime cabine storiche di Cagliari, soprattutto quella accanto all’idrovora del Rollone nel centro delle ex- saline di Molentargius. Con l’eleganza del suo stile Liberty si specchia nelle acque del canale dell’idrovora e la sua posizione scenografica la rende addirittura “instagrammabile”.
Questi ultima casi, però, sono eccezione rispetto alla maggioranza delle cabine inserite nei contesti urbani, parallelepipedi grigi la cui mancanza di bellezza è accentuata da graffiti incomprensibili, quando va bene, o da manifesti di varia natura da cui sono rivestiti.
È-distribuzione ha intrapreso una campagna di abbellimento di queste cabine elettriche con il suo progetto Street Art, trasformandole in tele per artisti: “un’arte che vivacizza e dà una nuova energia ai quartieri e agli angoli più grigi della città”. Così è stato definito il progetto. Anche questo, forse, un po’ come per le costruzioni in ambito montano, un modo per chiedere scusa per aver contribuito a non rendere belle le periferie da un punto di vista estetico.
I murales realizzati nell’ambito di questo progetto sono vettori di messaggi culturali e sociali. Un fine apprezzabile. Tralasciato questo, la loro esplosione di colore a volte potrebbe essere troppa anche per la grigia periferia.
Ritornando al celebre spot: non c’è un altro modo? Non c’è un altro modo per costruire una cabina elettrica provando a dare una nota artistica a contesti urbani di scarso pregio architettonico sin da subito e non dover ricorrere ai ripari poi, trasformandoli in quadri più o meno riusciti?